invito_front

“e tu mandali a dormire i tuoi pensieri, devi ascoltare i sensi solamente, sarà un combattimento di guerrieri: combatterà il tuo corpo e non la mente” Patrizia Valduga

Una serie di tratti distintivi caratterizzano, fortemente, il lavoro scultoreo di Raffaele Falcone: una componente lucidamente scenica, un ritmo voracemente provocatorio e una visione soavemente imperiosa. Tratti che divengono, sempre, territori d’irriverente corporalità. L’esigenza di Falcone è quella di esprimere, in queste opere, la pluralità delle voci dell’erotismo (opere che immagino non pochi choc creearanno negli sguardi casalinghi più “sobri e pudichi” e nel senso del giudizio di tutti gli atleti della “moral corrente”).Raffaele Falcone porta avanti un linguaggio che è anche rappresentazione dell’ironia, delle “plasticità” stridenti, del travestimento, dell’audacia. In questa preziosa raccolta di ceramiche (tra maioliche e terrecotte, tra “sbrocche” e trionfi fallici) l’autore ha saputo ritagliare un piano di narrazioni pieno non soltanto di irruzioni erotiche (tendenzialmente ricordando la puntualità freudiana che indica l’anatomia come destino), ma anche di apologhi fiabeschi, gestualità materiche, ironie maestre, tensioni della costruzione, sostanze fantasiose, divenire della natura, inevitabili modernità miste ad antico e il tutto sempre riccamente mescolato da apoteosi di una dirompente sessualità. Inoltre è fondamentale evidenziare che il procedere delle policromie scolpite da Raffaele Falcone nascono, anche, da una piena (ed intima) consapevolezza della materia. Falcone sa bene che ogni materia è profondamente fluida ed essa si configura, sempre, come elemento continuamente modificabile, modellabile, decostruibile. Infatti le sculture che qui ritroviamo in dominante imperio sono veri e propri flussi energetici, respiri tra il simbolico e il dato reale. Perché l’idea di fondo che scaturisce da questo racconto scultoreo è una dimensione di una creatività molteplice e dinamica. Un’azione di scultura che Falcone ha voluto leggere come corpo concreto. Un corpo da vivere ed approfondire nell’intensità delle sue bellezze e delle sue lacerazioni. Un corpo dove, perfettamente, convive l’arcaico tradizionale e la scomposizione del nuovo. Una proposta di scultura di rigoroso sapere professionale e di raffinatissima sensibilità. E proprio questa dimensione della scultura, intesa come reinvenzione materica, resta il punto di forza. Inoltre, accanto a questa pratica folgorata da una miriade di “segni” interpretativi troviamo la scultura come esperienza diretta. I materiali delle opere di Falcone vengono letteralmente “attraversati”. Parlo d’attraversamento e quindi parlo di un atto d’arte che esige il passaggio, la fisicità del costruire, il rigore del sentirle davvero le cose. Queste opere perfettamente conversano con l’ambiguità della creazione, con l’antropologia come ulteriore possibilità per comprendere i processi espressivi, con l’attenzione profonda verso il giudizio finale dello spettatore. Ed è proprio verso lo sguardo dello spettatore che gran parte della produzione artistica di Raffaele Falcone tende a rivolgersi, riconoscendo nello statuto spettatoriale il punto centrale, il più alto, il più nobile e quello conclusivo d’ogni traiettora d’arte. Inoltre tutto il lavoro di Raffaele Falcone si lascia potentemente osservare, sia per l’armoniosa sensazione di magico che lo abita: dove il quotidiano e la ricerca visionaria (voci che sono l’arte) costantemente dialogano e sembrano fondersi assieme. Ed in più si lascia osservare anche per una profonda narrazione che guarda, con sapienza ed ironia, ai grandi canoni della tradizione dell’arte. Insomma, queste sculture policrome ci spingono verso un’attesa di accadimenti concreti e insieme sognati ma soprattutto è il frutto denso di una miscela fiammeggiante, dionisiaca, resa nella densità di una costruzione diretta e sincera (senza retoriche e senza falsi moralismi), dove ritroviamo (come imponenti onde impressionistiche) lacerazioni e violazioni, incandescenze e prodigalità, febbri e clamori. Scavando nel ventre di queste opere si celebra una volizione totalizzante, dove il segno visivo diviene ostinata ricerca delle percezioni, gioco leggero, espressione memoriale, potenza salvifica, rinascita dal simbolico… Scultura come passione necessaria. Scultura come costruzione immaginifica. Scultura come fuoco dei sensi. Scultura come voyage intérieur. La scultura, sembra dirci Falcone, è un parlare con voce squisitamente interiore e “spregiudicata” (per riandare ad una categoria poetica cara ad Emily Dickinson). Quello di Falcone, quindi, è uno scolpire l’erotismo entro il quale far confluire sensazioni ed illuminazioni, esperienze e tecniche disomogenee, pratiche e intuizioni dove anche le cromie sorgive hanno funzione di senso e di possibilità “narrative” (una tensione all’erotismo come capacità di “cogliere l’essere nel suo intimo” -recuperando Bataille – o come macchina della seduzione – recuperando Baudrillard- che da tempo sono le identità caratterizzanti non solo di gran parte dei processi dell’arte contemporanea, ma di larghi capitoli dell’industria culturale e dell’industria dei contenuti, delle prassi collettive della comunicazione, della miglior serialità televisiva, dei transiti della sperimentazione audiovisiva e ancor prima dentro le primogeniture costruttive dei padri fondatori del nostro Novecento: su tutti penso all’opera poetico-visiva di Vladimir Majakovskij). Ed eccole le opere di Raffaele Falcone che nell’incanto monumentale della materia, percorre a briglia sciolta una girandola di emozioni e un fluire aperto di condensazioni. Ed eccolo il lavoro del nostro scultore da intendersi come un procedere di dolcezza e forza, orizzonti e alchimie, utilizzando un piano che è anche sguardo dichiaratamente interlocutorio capace di donare allo spettatore una costellazione che mai sfugge al presente. Ed eccola una fenomenologia scultorea, che sa essere vera, viva, pulsante ed immersiva verso un sentire artistico e che – lentamente, inesorabilmente, definitivamente alleggerendo il reale di grevità e gravità – diviene potente coltre vibratile d’eros.

Rimandi per approfondimenti: Alberto Abruzzese (2003), Lessico della comunicazione, Roma, Meltemi. Alberto Abruzzese e Davide Borrelli (2001), L’industria culturale. Tracce e immaginari di un privilegio, Roma, Carocci. Alfonso Amendola (2011), È tutto Sex and the City. Moda, metropoli, amicizia e seduzione in una fiction televisiva, Napoli, Liguori. Alfonso Amendola (2012), Videoculture. Storia, teoria ed esperienze artistiche dell’audiovisivo sperimentale, Latina, Tunuè. Alfonso Amendola e Annamaria Sapienza (2012), Vladimir Majakovskij.Visione ed eversione di un’opera totale, Napoli, Liguori. Jean Baudrillard (1995), Della seduzione, Milano, ES. Georges Bataille (1970), L’erotismo. Il comportamento e le più segrete mozioni dell’homo eroticus, Milano, Mondadori. Emily Dickinson (1997), Tutte le poesie, a cura di Marisa Bulgheroni, Milano, Mondadori. Francesco Poli (2003), Arte contemporanea. Le ricerche internazionali dalla fine degli anni ’50 a oggi, Milano, Electa. Patrizia Valduga (1997), Cento quartine e altre storie d’amore, Torino, Einaudi. Angela Vettese (2006), Capire l’arte contemporanea, Torino, Umberto Allemandi & C. L’autore Alfonso Amendola è professore di Sociologia dei processi comunicativi presso l’Università di Salerno ed è Cultural Manager della Mediateca Marte. Il suo percorso di ricerche (tra libri ed events) si sviluppa nell’incrocio interdisciplinare di culture di massa, immaginari d’avanguardia e pratiche post-mediali.