di Enzo Biffi Gentili/ Direttore MIAAO, Torino

Non è agevole criticamente maneggiare l’oggetto principale della ricerca di Raffaele Falcone: il “fittone”. Adotto, per iniziare, questa emiliano-romagnola, “comica” denominazione riferita a un famoso paracarro, un tempo eretto a Bologna nei pressi delle Due Torri, divenuto uno storico simbolo -chiaramente fallico, non giriamoci intorno- della goliardia locale (tra l’altro quest’anno ricorre il centenario di una sua rimozione nel 1912, motivata da lavori pubblici, che produsse una piccola rivoluzione studentesca, sino alla occupazione del Municipio). Questa mia introduttiva allusione vuole però segnalare, dell’ opus magnum di Raffaele, non soltanto l’aspetto indubbiamente divertito, ma anche il robusto carattere e valore architettonico, e scultoreo. Ricordando un precedente illuminante nella storia dell’arte del XX secolo: nel 1974 alla famosa galleria Marlborough di Roma si allestì una personale di Pietro Consagra interamente dedicata a riproduzioni in scala ridotta, e in materiali lapidei pregiati, di dieci paracarri esistenti in varie città italiane, dei “capolavori di questo soggetto mai rilevato nei testi di architettura”. A corredo iconografico di quell’esposizione fu pubblicato da Vanni Scheiwiller un catalogo-pieghevole in edizione numerata, intitolato Welcome in Italy, composto da “cartoline” rimovibili e spedibili che rappresentavano fotograficamente gli originali di quelle opere, in situ. Tuttavia, questo illustre precedente, se da un lato conferma l’ambiguo fascino, tipicamente italiano, subito di fronte a certe forme, non è pertinente per quanto riguarda la dimensione degli artefatti, che in Falcone tendono a essere davvero maiuscoli, in una prestazione, anche tecnica trattandosi di ceramica, maggiore. Difatti a suo tempo invitai Raffaele a due esposizioni, a Vietri sul Mare e a Castellamonte, pure per quel suo misurarsi con successo nelle large scale ceramics (e indimentabile fu, sul balcone del Palazzo dei Conto Botton nella cittadina canavesana, in occasione della mostra Alta temperatura nel 2004, la sua installazione di un gran “pennone” rubizzo). Inoltre a ben vedere anche la scelta, comune ai due artisti, di proporre a volte un “oggetto trovato” modificato, procede in opposta direzione: in Consagra si va verso una miniaturizzazione, nel transito dell’elemento di arredo urbano a sculturina domestica, a “bibelottone”; mentre Raffaele trasforma il prodotto da camera da letto, o da losco negozietto, in un “dissuasore” colossale, impressionante anche in uno spazio monumentale come quello delle ex Officine Grandi Riparazioni Ferroviarie di Torino, dove da me invitato per Italia 150, l’anno scorso installò un butt plug d’eccezione. E poi il nostro è a tratti integralmente “avanguardista”: per la stessa occasione spedì anche un ready made assolutamente non rettificato: un pistone metallico da oleificio da una tonnellata, così com’era, arrugginito, semplicemente “presentato”. Torno ora alla difficoltà, dichiarata all’inizio di questo mio breve scritto, di “maneggiare”, di interpretare, questo genere di oggetti, e soggetti, che nascono sovente “funzionali”, come nel caso degli intrusivi strumenti erotici, ma divengono poi sempre “simbolici”. Per intenderli, è indispensabile iscriverli in un genius loci, quello della Campania, straordinario e peculiare. Se infatti al Nord, come nella mia regione d’origine, l’istituzione felsinea del Sacer Venerabilisque Fictonis Ordo rappresenta una tradizione di goliardia medievale ora in via di estinzione, nel Sud e dintorni queste forme di “sacro”, per qualcuno esecrando, provenienti dal passato, sono da considerare “immagini permanenti”. Basti pensare  all’eredità pagana, greco-romana, e al suo successivo filtrare anche in luoghi e cerimonie cristiane (come dimenticare la visione della Chiesa di Santa Maria a Mare presso Giulianova negli Abruzzi e di quelle due formelle in pietra nel sottoarco con uomini che mostrano le pudende, oppure la Festa dei Gigli di Nola, da illustri studiosi relazionate alle antiche falloforie…) ma anche a una “tradizione del nuovo” di eccellenti artieri campani, dallo scomparso e compianto Ugo Marano a Eduardo Alamaro, che riuscì verso la fine del secolo scorso a scandalizzare persino i francesi, nella Vallauris del Picasso ceramista, esponendo rutilanti Picazzi scarlatti. E ancora va rammentato “sul pezzo”, varcando vicini confini, il gran plasticatore pugliese Giuseppe Spagnulo, e un suo capolavoro, un “uomo nero” del 1984, dalla robustissima erezione, che però oggi ci appare come un hapax legomenon, ovvero una forma linguistica riscontrata una sola volta -o quasi- nell’ambito della produzione dell’ autore… Ecco, sono, con questo, alla conclusione: del tutto singolare, rispetto alle prove citate, e ad altre che potremmo ricordare, è l’esperienza di Raffaele Falcone. Perché il suo interesse per l’argomento non è occasionale, ma recidivo e integrale: egli è così divenuto il virile cantore specializzato nel tema -copyright del poeta Giuseppe Conte- del “Grande Cazzo Occidentale”.