Mentre consideravo i lavori di Raffaele Falcone mi è venuta in mente una piccola favola, o meglio un mito proveniente da una manciata di isole disseminate mi pare nell’Oceano Pacifico, nel quale un dio è padre di molti figli, a ciascuno dei quali affida dei compiti diversi, come raggruppare o separare dei viventi, o anche nutrirli, o giudicarli, o infondere loro il soffio della conoscenza ecc., riservando però a se stesso in esclusiva l’atto della creazione, anzi delle creazioni. A più figli poi, non a uno solo, con intenti che sfuggono a noi umani, impone il compito di rappresentare e lodare la sua creazione. In diverse forme: canto e musica, plastica, poesia ecc. E però, proprio in quest’ultimo ambito che è l’arte del rappresentare e lodare, nasce nei figli del creatore l’assillo perenne, la domanda tormentosa circa l’adeguatezza della propria lode e rappresentazione alla creazione originaria. Le figurazioni dell’arte sono tutte interrogazioni rivolte a un Padre difficilmente scrutabile, enigmatico e forse capriccioso. Ebbene, mi pare che anche celato sotto la manifesta fermezza e vigoria delle opere di Raffaele Falcone sia dato cogliere un simile assillo. Proprio tanto più quanto più esse si offrono tradotte in una cifra sicura e assertiva. Egli in apparenza vuole restituire la creazione, che alla sua origine è caos e cosmo a un tempo, di materie elementari – terra che ha bisogno del fuoco e dell’aria e dell’acqua, immagine che ha bisogno dello spazio –, vuole restituirla raccolta in una sintesi indiscutibile e netta, priva di ombre. È in ciascuna delle opere questa caratteristica di perentoria sintesi. Titoli diversificati ce ne sono pochi, e giustamente: sarebbero pleonastici. Ma due aspetti dominano: l’esigenza che la natura minerale, l’argilla, si accosti alle sinuosità e rotondità della forma biologica e le simuli, e l’uso del colore compatto tende con forza a tale simulazione che ha bisogno d’essere conquistata – così che la vita non sia mai fuori dall’orizzonte d’interesse. L’altro aspetto, a mio sentire, è il sondaggio della terra, della creta foggiata in aspro oggetto domestico, con un interno e un esterno, con facce spigolose e protette, per apprendere se essa terra possa continuare a servire da dimora umana, una dimora munita di difese, in certo senso fortilizio. E tuttavia fortilizio aperto, che non giunge a chiudersi.Vale forse il dubbio, in questo tempo estremo degli umani, che la natura terra abbia perduto il carattere genitoriale, paterno-materno, infusole dal creatore padre di ogni artefice e di ogni artefatto? Può darsi che l’artefice, nel giorno d’oggi, avverta la necessità, e pure forse la nostalgia, di sentirsi malgrado tutto ancora incluso nella natura primordiale delle cose insieme all’artificio, ai suoi propri artifici…

Rubina Giorgi