Gli incroci, si sa, sono perturbanti perché inaspettati, pur rimanendo nel perimetro del quotidiano e del familiare. Raffaele, è di Raffaele Falcone di cui sto parlando, riservato e senza l’allure dell’unto dell’arte, posso dire di conoscerlo da tempo. Frequentiamo le stesse gallerie, abbiamo amici in comune e un commercio di parole non insensato. Ma è un incrocio che mi ha fatto riflettere sul suo lavoro di ceramista, sulla sua stessa passione e sulla sua ospitalità, umana e artistica. E’ stato alla fine del secolo scorso, credo nel 1998, in occasione di una mostra di Achille Perilli. Si, mi riferisco proprio alla mostra di Perilli, I distorti e le argille. 1996-1998, che ho presentato da Paola Verrengia, gallerista attenta a cogliere le risonanze dei linguaggi dell’arte e i loro intrecci.

E’ stato lo stesso Perilli – artista che, temerariamente, negli anni Cinquanta del Novecento, ha provato a incrociare formalismo e marxismo, facendo arrabbiare Togliatti, Guttuso e l’establishment del PCI – a ricostruire le tappe e i passaggi della mostra salernitana in cui ha sperimentato una materia non insolita nel suo lavoro, l’argilla di Pompei, per dare forma, appunto, ai “distorti”: ai vasi distorti, forme sbilanciate e senza centro. In altre parole, forme che corrodono l’idea stessa della geometria come purezza e della prospettiva quale rappresentazione di uno spazialità unitaria. Prossime, piuttosto, alla “geometria insana”, come l’artista ha chiamato altre esperienze.
Lo scontro di Perilli con l’argilla di Pompei si è protratto per tre anni, Scena di questo corpo-a-corpo, è, a Montecorvino Rovella, l’antica fornace a legna Falcone dove, ricorda l’artista, “anche per il lavoro straordinario di Raffaele […] come modellatore” le forme “si sono perfezionate e raffinate”. In questo rapporto, Raffaele non s’è posto soltanto come esecutore, attento e laborioso, ma, in un felice scambio, affidandosi al sapere della mano, ha contribuito a configurare i “distorti” di Perilli. Ha esaltato in questo scambio – forse, si può dire anche così – il nesso che evidenzia la radice della parola “ars”: appunto, arte e artigianato, ideazione e impegno manuale.
Così, il mestiere del ceramista, la sua missione, è, per Raffaele, pratica del difficile equilibrio che la parola “ars” dice. Difatti, quando con un gesto generoso aiuta delicatamente a far nascere i “distorti” di Perilli, al tempo stesso, egli tesse il proprio progetto di costruttore di forme dedito alla sperimentazione di materie e alla prova cruciale del fuoco. In questo scambio – uno scambio che è il pane quotidiano del suo stile di lavoro – Raffaele, nel sanare una ferita dolorosa, ha saputo dare lo stesso passo all’ideazione e all’esecuzione. Ha mostrato come la ceramica, linguaggio d’acqua, di terra e di fuoco, vive, appunto, dell’intimità di arte e di artigianato, di inquietudine linguistica e di sapienza artigianale.
Le forme che Raffaele ha realizzato in tutti questi anni, dai vasi, di cui è perturbante archetipo il vaso di Pandora, donna bellissima plasmata con terra e acqua e animata dal fuoco rubato agli dei, agli oggetti apotropaici, nascono, oltre che dal necessario lavoro e dalla riflessione sulla specificità della pratica ceramica, anche dal dialogo intenso e raro con gli artisti che, per realizzare i propri progetti, fiduciosi, si sono affidati alla sapienza delle sue mani. Così la ceramica, memoria di cosmogonie antiche e di esercizi recenti, nell’itinerario di Raffaele Falcone si fa soprattutto spazio di amicizia e luogo di infinito intrattenimento.
A sottolineare questo tratto è il rito, perché di un rito si tratta, d’invitare una famiglia di artisti sodali quando la grande fornace Falcone si accende per trasformare la materia segnata e amata dal colore in opera. Così, la festa dell’arte accompagna la nascita della ceramica che cercherà un posto nel mondo. Con radicalità, l’invito di Raffaele è un rito d’iniziazione all’arte e alla ceramica, alle loro relazioni e, insieme, agli sbilanciamenti che ne segnano il cammino.