Come una salamandra, felice e pensoso della sua arte. Il nome è latino, ne parla Plinio, si credeva che la salamandra potesse vivere nel fuoco e uscirne indenne, traendone forza e splendore. Piccolo animale anfibio, simile a una lucertola: ma il rapporto col fuoco lo ha reso un animale fantastico, che stupiva. Custode del fuoco è Raffaele Falcone, ha una fornace a legna lungo la collina che lega Montecorvino a Giffoni Valle Piana: in quel luogo la costa s’apre dolcemente, s’inarca rovesciandosi in un lago d’aria. La fornace è ampia, forte, trattiene il ruggito del fuoco, a Falcone piace seguire la metamorfosi della terra, dell’argilla, quel suo diventare splendente, sfidando la morte: il lavoro del fornaciaio somiglia a quello del contadino: la terra fa morire il seme e lo vivifica, lo trasforma in luce. Già lavorare il fuoco, e domarlo nella camera della fornace, è un’azione artistica, ma a Raffaele non basta, così lavora un’arte tutta sua, ha un tema caro che è quello del cippo delle antiche strade, l’albero, la colonna, il monumentale fallo sacro: niente a che vedere con il pene, il fallo -e quello realizzato da Falcone- è solo la proiezione simbolica del pene, egli lo ritrae grande quanto un uomo, senza riferimenti all’opposto mondo femminile, il fallo che lui scolpisce e ricostruisce nel fuoco è chiuso in un’infinita solitudine, un sogno pagano di autogenesi, posto al limite di una pianura disabitata. È quasi una veste votiva, un modo per parlare con i giganti della mitologia o, meglio, con gli dei, le sue opere sono enormi segnali orgogliosamente disperati per un tentativo di comunicazione con l’aldilà. L’uomo parla col dio e gli ripete sempre lo stesso segno, la feroce insistenza di un fallo che lo sopravanza, che non lo riconosce, ma che egli insiste a chiamare padre. Negli scritti di Freud troviamo “fallo” soltanto (o quasi) nella forma aggettivale (fase fallica, primato fallico, ad esempio). Falcone lo riproduce nella terra cotta dal fuoco e lo riconosce, invece, come isolato sostantivo, nome chiuso in una debole protervia, forza megalitica che chiude la notte e chiede i confini del cielo. “Fallo” è un termine assoluto, non ha, come invece “pene”, una necessaria tensione verso il suo opposto, la parola che indica l’organo speculare ad esso e complementare, “vagina”, il fallo è tragicamente e assolutamente solo. E questo si riflette pienamente nella produzione d’arte di Falcone. A differenza del piccolo pene che malamente e in maniera petulante dialoga con la nostra fragilità -e con l’infinita distanza ironica dell’universo femminile, che lo sovrasta- il fallo mostra la finitudine della nostra tensione al divino in quanto esso è significato e rappresentato come separabile, e separato, dal nostro corpo. Ma come simbolizza il fallo, di quali valori è portatore? Forse solo del gesto dell’esibire. Votato alla perdita, allo scacco, conserva la tensione d’indicare il vuoto, esaltandola. Ovidio parla nei suoi Fasti del dio Termine e lo rappresenta come un fallo: “Tu sia una pietra o un tronco piantato nel campo, Termine, anche tu sei un dio fin dai tempi antichi. Da opposti confini ti ornano di corone i padroni dei due campi e ancora ghirlande ti portano e focacce”. Ecco, il dio Termine (Terminus) era un tronco (a volte di pietra) che mostrava dove finiva il campo -e il potere- di un contadino romano, dove finiva la sua legge e la riconoscibilità di un volto. Dall’altra parte del campo, dal nulla, altre voci invocavano il dio e gli portavano fasci di fiori sbiancati, senza colore. Il fallo abita il vuoto, ha la forma ipertrofica e gloriosa di una parte del corpo che non ci appartiene ma cui apparteniamo, al desiderio che si slarga in esso. Un deserto (poi, all’orizzonte, una linea di segnali, ancora oltre c’è forse un fiume, ma niente si vede, si ode l’acqua cadere nello scroscio dei torrenti, il suono della pioggia furiosa e insistente). La linea dei segnali è formata da elementi verticali, cippi indicatori di una vita che verrà dal suo passato, il nostro domani dimenticato, a mostrare e contraddire il desiderio.