Il lavoro di Raffaele Falcone è da sempre drammatico, non per quello che – nella sua instancabile attività – mette sulla scena ma per come lo comunica: la necessità per lui urgente, come una coazione stretta nella sua ruota, di stabilire l’assoluta corrispondenza tra attività artigianale e lavoro artistico: è il dramma oscuro del lavoro ceramico, segreto, nascosto, con gli occhi che bruciano davanti alla bocca aperta, urlante e oscena, della fornace, le mani sporche, il grembiule che s’incrosta ogni giorno di più. Il tema è quello della serialità, il ceramista puro sente la produzione seriale come una vocazione, un indizio ineludibile del suo lavoro sociale, l’artista invece (e Walter Benjamin lo ha detto) tende all’unicità che lo esalta e dispera. Contro tutto questo paradosso urta il testardo lavoro di Raffaele Falcone, il suo doloroso chiedere di mettere queste due anime, sociale quella dell’artigiano e l’altra che lavora per comunicare oltre il manufatto, dopo averlo sottratto per sempre alla categoria della ripetizione e dell’uso: così, alcuni anni fa, superò all’improvviso la sua produzione trentennale di falli iperbolici, “maestosi e tristissimi” (lo scrissi nel 2012) e s’immerse in un nuovo lavoro, originale e sorprendente, quello delle sbrocche giocate sull’unicità, sul gioco a perdere, nella corsa in salita dell’arte, quel gettarsi e rinascere nel vuoto quando si affronta un’opera che si distanzia dalla precedente (come l’attimo che non abbiamo ancora vissuto da quello che l’ha preceduto). Le sbrocche, portarono nella sua attività somma ironia e sorprendente freschezza, un modo di aprire lo spazio chiuso (la brocca è stanza, casa, hangar, mani strette sul proprio viso) e rovesciarlo in un nuovo leggero progetto, spingerlo verso l’alto: con esse Falcone aveva fatto una scelta tutta dalla parte dell’arte. Le sbrocche erano erano brocche che avevano perso la simmetria, nuove forme che rinunziavano a vecchie identità, proponendo percorsi percettivi inediti, che sorprendevano. Ora, con i crani bovini (“La pace del toro” il titolo della mostra) è tornato – come con i suoi vecchi falli – a combattere la sfida tra artigianato e arte: la fatica di portare il primo a superare il confine della seconda, ma tenendosi stretta la tradizione che l’inconscio della ceramica esige, la serialità, la finalità d’uso (anche se illustrativo ed estetico). Sono “terracotte ingobbiate in unica cottura”, d’un bianco, caldo latte materno, crani con pungenti corna rialzate, una volta percorse da una forza vitale e ora traccia feticistica e progetto d’arte. Così Raffaele Falcone che, saltando la linea di confine tra artigianato e arte,  aveva superato con la freschezza creativa delle sue sbrocche la tragica serialità dei primi lavori elaborati per lunghi anni (le fragili torri dei falli) ora, con i suggestivi crani seriali, torna indietro a difenderla, straziandosi e sul solco di quel confine ritorna, Remo e Romolo insieme. Ma cosa evocano i crani ceramici di quest’interessante mostra? L’importanza che nella storia dell’umanità hanno sempre avuto i buoi e i tori, legati a un destino di sottomissione all’uomo che li ha avuti sempre in ostaggio. Si pensi all’ecatombe, l’uccisione sacrificale di 100 buoi (bùtupos era chiamato il sacerdote che alzava il coltello nella loro gola): anche oggi i giovenchi – mai prima aggiogati – che tirano il glorioso carro dell’Addolorata correndo per le vie di Mirabella Eclano vengono poi uccisi perché dopo il contatto con la madonna, passati attraverso il filtro del sacro (come l’arte), non possono essere più animali d’uso nei campi. Del bue (e del toro che ne è l’aspetto apparentemente più glorioso ma meno tragico) Flavio Filostrato, sofista del II secolo dopo Cristo, ci dà un immagine grottesca e infera, che sarebbe piaciuta a Borges sempre alla ricerca di animali fantastici, evocando il bùtrago, mezzo bue e mezzo capro. Nel XII secolo, mille anni dopo, il grammatico bizantino Giovanni Tzetzes nelle sue Storie (mille e mille) ci parla di un animale che lascia stupefatti, bue, capro, toro e uomo insieme. Ed è, in fondo, ciò che Raffaele Falcone ha cercato di raccontarci.