Il toro – il maschio adulto dei bovini domesticati – è uno dei simboli della civiltà mediterranea: dal dio babilonese Marduk al toro-destriero di Shiva, dall’Apis dell’antico Egitto al vitello d’oro costruito dal sacerdote Aronne e distrutto da Mosè, dal Moloch cananeo e cartaginese al Minotauro imprigionato nel labirinto e venerato nel palazzo di Cnosso a Creta. E ancor prima, nell’antichità paleolitica, il toro era associato al culto, gemello e complementare, della Grande Madre, per essere poi… sognato da Ezechiele, menzionato da San Giovanni nell’Apocalisse, identificato quale simbolo dell’evangelista Luca e infine assunto dai cristiani come quale allusione al sacrificio di Cristo. Fluttuante e flessibile presenza nella costituzione dell’identità mediterranea, del toro sono state prodotte nei secoli vestigia, racconti e rappresentazioni iconiche da ogni civiltà, assecondando ogni stile e in ogni materiale.  La ceramica è una tecnica altrettanto antica, essa stessa portatrice di valori identitari delle civiltà mediterranee: le mani dei ceramisti hanno plasmato nei secoli questo animale e la sua disponibilità simbolica, lo hanno offerto al culto, alla venerazione, alla contemplazione dei loro contemporanei. E forse con la stessa naturalezza le opere arcaiche e al contempo contemporanee di un maestro dell’arte ceramica come Raffaele Falcone porgono e offrono a noi spettatori queste quaranta terrecotte engobiate bianche. A questo animale, tanto rappresentato e venerato nei secoli da aver perso quasi ogni traccia di animalità e di corporeità, Falcone restituisce ora, nelle sue mani di ceramista antico e contemporaneo, l’impressione di una vita trascorsa, con la sua fierezza, il suo sacrificio, i suoi giorni ormai sbiancati sotto l’aridità del tempo. Nella rarefazione del tratto di modellato e nel rigore della coloritura bianca, a volte “sporcata” da tonalità terragne, dallo scheletro riaffiora l’animale, come dall’opera il senso stesso del suo soggetto. E’ come se ci trovassimo di fronte all’asino Balthazar del regista Robert Bresson, che ne ha raccontato la storia: un’intera vita, quasi un percorso di santificazione animale, per diventare (quasi un martirio) una pelle di tamburo… ma ciò non toglie nulla all’avventura di questo essere, anzi, la rende propriamente eroica, o appunto santa. Ossa e simboli. Animali e divini, mortali ed eterni. Creature naturali e opere d’arte.

 

Andrea Viliani

Direttore Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee/MADRE Museo d’Arte Contemporanea Donnaregina, Napoli